Sovranità digitale, intelligenza artificiale e futuro del manifatturiero italiano. Ne parliamo con Andrea Picozzi, Global Engineering Director di Campari Group, manager con una visione internazionale sulla gestione degli impianti produttivi e della supply chain.
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Melodie Bertoli: Partirei con una domanda generale che si collega al suo ruolo di Global Engineering Director all’interno di Campari Group. Lei si occupa di impianti produttivi e di una supply chain che si sviluppa su più paesi a livello internazionale. Dal suo punto di vista, quanto è reale e quanto ancora sottovalutato (o sopravvalutato) il rischio di dipendenza tecnologica da vendor non europei nella gestione delle operations?
Andrea Picozzi: A mio giudizio è ampiamente sottovalutato. Le grandi aziende come Campari gestiscono queste preoccupazioni attraverso strumenti come i Business Continuity Plan, ma il tessuto delle PMI italiane sottovaluta questo aspetto, così come i problemi di cybersecurity, dove l’Italia statisticamente subisce tantissimi attacchi con esiti negativi.
Partendo da questi dati, è un ulteriore salto parlare poi di sovranità digitale.
Dopo l’incontro di Brescia*, ho portato il tema nel mio team globale di Manufacturing Engineering e ho riscontrato sorpresa e preoccupazione. Ci siamo chiesti cosa succederebbe se l’amministrazione americana imponesse alle big tech USA di ostacolare l’accesso ai data center oltreoceano. Parte della nostra infrastruttura è on-premise e riuscirebbe a proseguire, ma altre parti totalmente su cloud porterebbero criticità. Se pensiamo che anche un’azienda media-grande come la nostra ha un grado di sottovalutazione, dobbiamo considerare che il grosso del tessuto industriale italiano lo ignora ampiamente.
(*riferimento all’evento MIPU “Inside The Factory”, ndr)
MB: È interessante che anche le grandi aziende sentano la necessità di approfondire il tema, ma per le PMI è un problema ancora più stringente. Ricollegandomi al confronto tra Europa e Big Tech (dell’estremo Occidente ed estremo Oriente), è realisticamente possibile ridurre la dipendenza da queste grandi piattaforme straniere nel manifatturiero di oggi?
AP: È realistico, ma è una questione di tempi e di capitali.
Dobbiamo considerare che players come Google, Microsoft e Amazon insieme hanno un peso economico pari a 50 Stati. Avere la capacità di investimento per rendersi indipendenti velocemente è difficile con le attuali priorità europee, ma i problemi geopolitici stanno accelerando queste decisioni.
Si parla, infatti, di piani accelerati a livello europeo per l’indipendenza nei data center, nell’energia e, forse, anche nei motori di intelligenza artificiale. Ci sono player europei che potrebbero intervenire in questa partita. Abbiamo poi realtà come Anthropic che potrebbero portare a un nuovo modello, ma non sappiamo quanto siano realmente slegati dalle istituzioni americane.
MB: Su Anthropic si dice abbiano negato al governo americano l’uso dei loro sistemi per scopi militari, ma una totale indipendenza dai fornitori di materiali sembra difficile.
AP: Vero, però essendo nati da persone di origine europea che hanno raggiunto livelli eccelsi, stanno mettendo in crisi certi dogmi, come l’obbedienza assoluta se si è fornitori del Pentagono. Si sta installando una certa fertilità culturale.
MB: Parlando di AI applicata all’industria (manutenzione predittiva, controllo qualità), qual è il gap comune tra le ambizioni delle aziende e ciò che viene effettivamente messo in produzione?
AP: Il gap più grande è la competenza. Vedo ancora sia lo scetticismo totale che l’affidamento cieco senza capacità critica.
C’è una curva di adattamento: una partenza rapida, poi un rallentamento quando si capisce che non è tutto oro quello che luccica, a causa di allucinazioni e falsi positivi. Alcuni si scottano e abbandonano, altri capiscono che serve un approccio critico, soppesando e verificando i risultati.
La mancanza di competenza si riflette anche nell’incapacità di distinguere che non tutte le AI sono uguali, non tutte hanno lo stesso livello di qualità sulla medesima attività. Usare uno strumento generico per tutto è una scelta dettata dal non sapere che gli algoritmi alle spalle sono sviluppati per scopi diversi.
MB: Assolutamente, l’AI è uno strumento che va studiato e calato nel contesto con competenza e consapevolezza. Lo vediamo tutti i giorni nelle aziende che seguiamo sia dal punto di vista della consulenza che della formazione.
AP: Sorprendentemente, i “nativi digitali” sono più attenti, sanno distinguere quando affidarsi, mentre la mia generazione a volte tende a prendere ciecamente qualunque risultato. È proprio una questione di cultura e sensibilità nel rapporto con la tecnologia.
MB: Riguardo alle nuove tecnologie, chi si occupa di produzione e chi di IT riesce a dialogare efficacemente o serve imparare a farlo meglio?
AP: Nella mia esperienza, la distanza tra IT e manufacturing è ancora grande; è una questione di culture diverse. Spesso assistiamo a un “dialogo tra sordi”: l’IT propone soluzioni cercando un problema da risolvere, senza capire il problema reale spiegato dagli operatori. Dall’altra la cosidetta “produzione” è alla ricerca di bacchette magiche che risolvano qualsiasi difficoltà stanno affrontando.
Serve la costruzione di un ponte: ci vogliono funzioni dedicate, che comprendano il gergo dell’IT ma capiscano le esigenze pratiche della fabbrica.
Se ci sono tre soggetti – l’utilizzatore, il ponte e il propositore IT – allora la cosa funziona. Il dualismo semplice non l’ho visto funzionare.
MB: Guardando al 2026, quali sono le sfide più grandi per la sua funzione?
AP: Campari ha attraversato una fase di esplosione della capacità produttiva dal Covid a oggi, investendo quasi 1 miliardo di euro in 4 anni per raddoppiare o triplicare le produzioni. Ora quella fase di espansione veloce è conclusa. La sfida attuale è rendere quegli investimenti il più efficienti possibile.
Dobbiamo passare dall’installazione all’ottimizzazione, alla produttività e alla riduzione degli sprechi. È il momento del Continuous Improvement, dell’Operational Excellence.
Anche i project manager del mio team devono trasformarsi: non più esperti di installazione, ma di ottimizzazione. In questa trasformazione, le tecnologie digitali e i dati diventano fondamentali per capire i trend e migliorare le performance.
MB: Sarà uno switch interessante passare dall’aumento di capacità produttiva all’aumento di efficienza su un panorama così variegato di impianti e di prodotti. Abbiamo parlato di dipendenza tecnologica, di gap di competenza, di ponti da costruire tra IT e fabbrica. Tutti problemi che esistono da anni, ma che oggi richiedono attenzione con sempre più urgenza.
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Le parole di Andrea Picozzi restituiscono un quadro onesto e sfaccettato: un’industria che ha investito con coraggio negli ultimi anni, ma che ora è chiamata a una sfida più sottile: quella dell’efficienza, della cultura digitale e della consapevolezza strategica.
L’autodeterminazione tecnologica è una questione concreta che arriva in fabbrica. E l’intelligenza artificiale non è una bacchetta magica, ma uno strumento che richiede competenza critica per essere davvero utile.
In un momento in cui l’Europa cerca la propria rotta, le voci provenienti dalle industrie, come quella di Andrea Picozzi e di un brand insieme italiano e mondiale come Campari, ci aiutano a capire da dove partire.


